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Spiritualità
 
 
BEATI MARTIRI FRANCESCANI IN GIAPPONE

Beati Martiri Francescani in Giappone

 

Nagasaki, Giappone, († 1617 - 1632)

22 Maggio

L’evangelizzazione del Giappone ebbe inizio con il gesuita s. Francesco Saverio (1506-1552) e con i suoi confratelli; si sviluppò con ottimi risultati nei decenni successivi al 1549, tanto che nel 1587 i cattolici giapponesi erano circa 300.000 con centro principale a Nagasaki
Ma proprio nel 1587 lo ‘shogun’ (maresciallo della corona) Hideyoshi, dai cristiani denominato ‘Taicosama’, che fino allora era stato condiscendente verso i cattolici, emanò un decreto di espulsione contro i Gesuiti (allora unico Ordine religioso presente nel Giappone) per delle ragioni non chiarite.
Il decreto fu in parte eseguito, ma la maggior parte dei Gesuiti rimase nel paese, mettendo in atto una strategia di prudenza, in silenzio e senza esteriorità, continuando con cautela l’opera evangelizzatrice.
A seguito di questa espulsione, i Frati Minori allora presenti con successo nelle Filippine, chiesero l’autorizzazione di poter sostituire i Gesuiti, ai quali il papa Gregorio XIII il 25 gennaio 1585, aveva dato loro il permesso di fare apostolato in terra giapponese.
Pertanto per aggirare l’ostacolo, quattro di essi sbarcarono presentandosi alle autorità come ambasciatori e agenti commerciali del governo delle Filippine; solo dopo più di un anno, praticamente confinati in una casupola fra sofferenze e incomprensioni, ebbero il permesso di residenza dallo shogun.
Tutto questo fino al 1593, quando per la mancanza di prudenza degli stessi Frati Francescani, i quali al contrario dei Gesuiti, iniziarono una predicazione aperta e pubblica, e per le complicazioni politiche tra la Spagna e il Giappone, si ebbe la reazione dello ‘shogun’ Hideyoshi, che emanò l’ordine di imprigionare i francescani e i neofiti giapponesi.
I primi arresti ci furono il 9 dicembre del 1596 e i 26 arrestati, fra cui tre gesuiti giapponesi e i sei francescani: Pietro Battista Blazquez, Martino dell’Ascensione, Francesco Blanco, Filippo di Las Casas, Francesco di S. Michele, Gonsalvo García. subirono il martirio il 5 febbraio 1597, i protomartiri del Giappone furono crocifissi e trafitti nella zona di Nagasaki, che prese poi il nome di “santa collina” e proclamati santi da papa Pio IX nel 1862.
Subentrato un periodo di tregua e nonostante la persecuzione subita, la comunità cattolica aumentò, anche per l’arrivo di altri missionari, non solo gesuiti e francescani ma anche domenicani e agostiniani.
Ma nel 1614 la numerosa comunità cattolica subì una furiosa persecuzione decretata dallo shogun Ieyasu (Taifusama), che si prolungò per alcuni decenni distruggendo quasi completamente la comunità in Giappone, causando moltissimi martiri, ma anche molte apostasie fra gli atterriti fedeli giapponesi.
I motivi che portarono a questa lunga e sanguinosa persecuzione, furono vari, a partire dalla gelosia dei bonzi buddisti che minacciavano la vendetta dei loro dei; poi il timore di Ieyasu e dei suoi successori Hidetada e Iemitsu, per l’accresciuto influsso di Spagna e Portogallo, patria della maggioranza dei missionari, che erano ritenuti loro spie, per gli intrighi dei violenti calvinisti olandesi e infine per l’imprudenza di molti missionari spagnoli.
Dal 1617 al 1632 la persecuzione toccò il picco più alto di vittime; i supplizi secondo lo stile orientale, furono vari e raffinati, non risparmiando nemmeno i bambini; i martiri appartenevano ad ogni condizione sociale, dai missionari e catechisti, ai nobili di famiglia reale; da ricche matrone a giovani vergini; da vecchi a bambini; dai padri di famiglia ai sacerdoti giapponesi.
La maggior parte furono legati ad un palo e bruciati a fuoco lento, cosicché la “santa collina” di Nagasaki fu illuminata sinistramente dalla teoria di torce umane per parecchie sere e notti; altri decapitati o tagliati membro per membro.
Non stiamo qui ad elencare le altre decine di tormenti mortali cui furono sottoposti, per non fare una galleria degli orrori, anche se purtroppo testimoniano come la malvagità umana, quando si sfrena nell’inventare forme crudeli da infliggere ai suoi simili, supera ogni paragone con la ferocia delle bestie, che perlomeno agiscono per istinto e per procurarsi il cibo.
Oltre i primi 26 santi martiri del 1597 già citati, la Chiesa raccogliendo testimonianze poté riconoscere la validità del martirio per almeno 205 vittime, fra le migliaia che persero la vita anonimamente e papa Pio IX il 7 luglio 1867 poté proclamarli beati.
Dei 205 beati, 33 erano dell’Ordine della Compagnia di Gesù (Gesuiti); 23 Agostiniani e Terziari agostiniani giapponesi; 45 Domenicani e Terziari O.P.; 28 Francescani e Terziari; tutti gli altri erano fedeli giapponesi o intere famiglie, molti dei quali Confratelli del Rosario.
Non c’è una celebrazione unica per tutti, ma gli Ordini religiosi a gruppi o singolarmente, hanno fissato il loro giorno di celebrazione.

Il gruppo di 28 Francescani e Terziari hanno la celebrazione singolarmente nel giorno del loro martirio; si riportano solo i nomi dei missionari sacerdoti e dei professi giapponesi facenti parte del gruppo:
Pietro dell’Assunzione († 22 maggio 1617),
Giovanni di s. Marta († 16 agosto 1618),
Riccardo di s. Anna († 10 settembre 1622),
Pietro di Avila († 10 settembre 1622),
Vincenzo di s. Giuseppe († 10 settembre 1622),
Apollinare Franco († 12 settembre 1622),
Pietro di s. Chiara († 12 settembre 1622),
Francesco Galvez († 4 dicembre 1623),
Luigi Sotelo († 25 agosto 1624),
Luigi Sasanda e Luigi Baba († 25 agosto 1624),
Francesco di s. Maria († 16 agosto 1627),
Antonio di s. Francesco († 16 agosto 1627),
Bartolomeo Laurel († 16 agosto 1627),
Antonio di s. Bonaventura († 8 settembre 1628),
Domenico di Nagasaki († 8 settembre 1628),
Gabriele della Maddalena († 3 settembre 1632).


Autore: Antonio Borrelli